Stone NetworkPercezione del rischio: il paradosso che mina la sicurezza sul lavoro

Percezione del rischio: il paradosso che mina la sicurezza sul lavoro

Percezione del rischio: il paradosso che mina la sicurezza sul lavoro

Nel mondo della sicurezza sul lavoro, spesso ci concentriamo sulla normativa, sulla formazione, sugli obblighi del datore di lavoro e sull’utilizzo corretto dei dispositivi di protezione. Tutto giusto. Ma c’è un aspetto più profondo, meno visibile, che agisce come una mina sotto il terreno della prevenzione: la percezione del rischio. Chi opera come tecnico della sicurezza sa bene che esiste una distanza, spesso drammatica, tra il rischio reale e quello percepito dai lavoratori. Ed è proprio in questo scollamento che si annidano molti degli infortuni gravi e mortali. Ma cerchiamo di capire meglio cosa intendiamo quando parliamo di percezione del rischio, perché è così importante e cosa possiamo fare, concretamente, per intervenire.

La percezione del rischio non è oggettiva

Il concetto di rischio è scientificamente definito come la combinazione tra la probabilità di accadimento di un evento e la gravità delle sue conseguenze. Ma la percezione del rischio è un’altra cosa: è una costruzione soggettiva, influenzata dall’esperienza, dalle emozioni, dal contesto sociale e culturale, dalla routine quotidiana.

Pensiamo a due lavoratori. Il primo ha appena iniziato a lavorare in quota. Il secondo lo fa da 15 anni. Chi dei due ha più probabilità di sottovalutare il rischio? La risposta, sorprendente per molti, è: il secondo. Perché l’esperienza, in assenza di incidenti, costruisce una falsa sensazione di controllo, che attenua il senso di pericolo. Il rischio viene dato per assodato, come qualcosa con cui si convive.

Questa dinamica è talmente diffusa che l’INAIL, anno dopo anno, evidenzia come le classi di età con il più alto numero di infortuni mortali siano proprio quelle tra i 45 e i 59 anni. Non giovani inesperti, ma lavoratori con una lunga carriera alle spalle.

Perché l’assuefazione è pericolosa

Quando un rischio viene normalizzato, non fa più paura. Ed è qui che nasce il vero pericolo. I comportamenti di protezione vengono abbandonati: non si indossa il DPI, non si rispetta la procedura, si eseguono operazioni “a modo proprio”. Il tutto perché “così ho sempre fatto e non è mai successo nulla”.

È un meccanismo simile a quello della tolleranza alla violenza nei media: più ne sei esposto, meno ti impressiona. Nel lavoro, più si convive con il rischio senza incidenti, più si tende a considerarlo accettabile. Ma questo atteggiamento porta a una vera e propria anestesia percettiva, che può rivelarsi fatale.

Le malattie professionali: il rischio che non si vede

Se questo meccanismo già vale per gli infortuni, è ancora più insidioso quando parliamo di malattie professionali. Qui la percezione del rischio non è solo distorta: è spesso azzerata.

Il danno da esposizione a sostanze nocive, a rumore, a vibrazioni o a posture incongrue agisce nel tempo. Non si manifesta subito, non c’è sangue, non c’è dolore immediato. Così il lavoratore continua a esporsi, giorno dopo giorno, convinto che tanto “non succede nulla”. Fino a quando, a distanza di anni, si manifestano sordità, problemi muscolo-scheletrici, tumori professionali.

La percezione del rischio, in questi casi, è invisibile. Ma il rischio è reale. E agisce silenziosamente.

Cosa può fare il tecnico della sicurezza

Il tecnico della sicurezza ha un ruolo chiave non solo nel gestire il rischio, ma nel riattivare la percezione del rischio. Ed è qui che entra in gioco la dimensione formativa, culturale e relazionale della sicurezza.

Ecco alcune leve da utilizzare:

Lavorare sui dati INAIL

Utilizzare i dati ufficiali (come quelli contenuti nel D.Lgs. 81/08 o nei bollettini INAIL) per mostrare evidenze oggettive. Far vedere chi si fa male, dove, quando e perché. I numeri aiutano a contrastare le percezioni errate.

Raccontare storie reali

Il cervello umano si connette alle storie più che ai numeri. Portare casi studio, incidenti realmente accaduti, testimonianze di chi è sopravvissuto. Far emergere il lato umano dell’errore.

Osservare i comportamenti

Fare audit comportamentali, osservazioni in campo, dialoghi informali. Spesso le non conformità non emergono nei documenti, ma nel quotidiano. Lì si vede la vera cultura della sicurezza.

Usare la formazione come leva culturale

Non fare lezioni frontali, ma attivare processi formativi partecipativi. Coinvolgere, far ragionare, far discutere. La formazione non deve solo trasmettere informazioni, ma cambiare percezioni.

Coinvolgere i preposti

Il preposto è il sensore più vicino al comportamento quotidiano. Deve essere formato per riconoscere i segnali di assuefazione al rischio e intervenire subito, con autorevolezza e consapevolezza.

Valutare anche il rischio comportamentale

Nella valutazione dei rischi, inserire esplicitamente i comportamenti a rischio derivanti da routine, automatismi e cultura errata. Non si valuta solo il rischio tecnico, ma anche quello cognitivo e percettivo.

Un approccio integrato

La percezione del rischio non si cambia in un giorno. Ma è possibile attivare un percorso, passo dopo passo. Serve un approccio integrato, che unisca:

  • competenza tecnica,
  • osservazione sul campo,
  • capacità comunicativa,
  • autorevolezza,
  • e una forte visione etica.

Il tecnico della sicurezza è oggi, sempre più, un facilitatore culturale. Un professionista che, oltre a conoscere norme e procedure, sa leggere le persone, i contesti, i non detti. E sa attivare cambiamento.

Conclusione

La sicurezza non si basa solo su regole scritte. Si basa su regole interiorizzate. Quelle che ci guidano anche quando nessuno ci guarda. E là dove la percezione del rischio si spegne, è nostro dovere riaccenderla.

Non solo per adempiere a un obbligo, ma per fare la differenza. Una differenza che, a volte, vale una vita.

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