Stone NewsLe norme per la sicurezza sul lavoro in Italia hanno fallito?

Le norme per la sicurezza sul lavoro in Italia hanno fallito?

(Siamo i peggiori in Europa?)

La premessa, come sempre, è doverosa. Non è mia intenzione giustificare o tollerare neanche uno degli infortuni (mortali e non) passati, presenti e futuri. Ogni infortunio è un fallimento, indipendentemente dalle cause che ne hanno determinato il verificarsi e dal contesto di riferimento. Tuttavia, ritengo che, prima di lanciarsi in affermazioni quali “le norme per la sicurezza sul lavoro in Italia hanno fallito” e operare impietosi paragoni con altri Stati Membri, sia necessario analizzare i fatti con maggiore obiettività. 

D’altra parte, questa è una posizione poco “mainstream”. Posizione che mira ad essere più pragmatica e lontana dalle retoriche espressioni di sdegno che creano però consenso. Tutto ciò che ne consegue in termini di coinvolgimento di pubblico, diffusione, like, condivisioni e quant’altro sia ritenuto vantaggioso nel sistema social network/media-economico (scusate il neologismo) nel quale siamo immersi.

Quindi?

Anticipo le considerazioni finali di questo articolo per chi non avesse voglia di leggerlo interamente. 

  1. La prima è di carattere oggettivo. Il numero di eventi infortunistici in un dato periodo, in sé, ed il confronto di questo valore con dati analoghi di altri Paesi è un’analisi che può facilmente condurre a conclusioni errate. Conclusioni errate portano a decisioni errate. Decisioni errate possono avere effetti lontani da quelli desiderati. È una relazione transitiva.

La seconda è soggettiva (ed in quanto tale opinabile). Concludere o (ancor peggio) indurre l’opinione pubblica ad una conclusione. La conclusione che lo scenario infortunistico sia dovuto “alle norme che non sono adatte” e che le performances da queste ultime determinate siano peggiori rispetto a quelle di altri Stati (che peraltro, in Europa, hanno generalmente un impianto normativo molto simile al nostro), significa reiterare lo stesso errore che ci ha condotto all’attuale situazione di insoddisfacente stato di applicazione della norma stessa. Un bias cognitivo che induce a ritenere che la responsabilità della sicurezza sul lavoro sia di “qualcun altro”. Che la soluzione al problema sia esterna all’individuo e che tale soluzione debba scendere dall’alto, quasi fosse una rivelazione divina. E, di conseguenza, che nessuno di noi – che siamo datori di lavoro, lavoratori, preposti, dirigenti, ecc. – possa (e quindi debba) fare nulla, in quanto “è la norma” ad essere sbagliata. In conclusione, quindi, che qualcun altro dovrà “fare qualcosa”.

Veniamo al contesto

La sicurezza sul lavoro in Italia è un tema di crescente preoccupazione pubblica e politica. Soprattutto alla luce degli ultimi infortuni che hanno colpito diverse categorie di lavoratori e che hanno avuto un fortissimo impatto mediatico.

Secondo i dati forniti dall’INAIL, nel 2023 ci sono stati oltre 585 mila infortuni sul lavoro (una diminuzione rispetto ai 697 mila del 2022). 

Piccolo inciso: certamente l’infortunio mortale, ahimè, ha risvolti emozionali molto più tragici e sui quali è molto più semplice costruire uno storytelling che “vende”. Non dimentichiamoci però delle malattie professionali. Le denunce di malattie professionali sono aumentate. Evidenziano un incremento del 19,7% rispetto all’anno precedente, con patologie del sistema osteomuscolare in primo piano​. Di queste non è che se ne parla poi così tanto. Fine dell’inciso.Politici e media hanno espresso forti preoccupazioni. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha definito intollerabile la continua sequenza di morti sul lavoro. Sottolineando la necessità di misure più efficaci per garantire la sicurezza dei lavoratori​ ​. Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone, ha ribadito in diverse occasioni l’importanza di trasformare la sicurezza sul lavoro in un tema universale e prioritario per il governo. Annunciando nuove iniziative legislative e regolamentari per migliorare le condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro​.

Sono già state messe in campo diverse misure per affrontare questa “emergenza” dal governo italiano. Cito alcune tra le iniziative più recenti:

Le iniziative

  • La costituzione di una task force, con DM 28/03/2024 n. 50, dedicata al contrasto del lavoro sommerso, che – indubbiamente – ha un impatto significativo sulla sicurezza sul lavoro, e l’aggiornamento di alcune normative in materia di salute e sicurezza, in particolare la c.d. “Patente a punti” in edilizia, sulla quale molto è stato scritto e non intendo entrare nel merito​​
  • L’11 marzo 2024 è stato ricostituito il Comitato consultivo sui valori limite. Lavora per aggiornare per la determinazione e l’aggiornamento dei valori limite di esposizione professionale e dei valori limite biologici relativi agli agenti chimici. Ai sensi dell’articolo 232, comma 1, del Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81.
  • Il 26 aprile 2024 si è dato avvio al lavoro della Commissione dedicata alla legislazione sulla sicurezza sul lavoro. Istituita dal Ministro della Giustizia con un decreto del 27 marzo 2024. II collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali. Questo gruppo ha il compito di esaminare le leggi e le decisioni giudiziarie attuali, individuarne i limiti, le criticità e le prospettive future, per poi proporre eventuali interventi.

Queste misure fanno parte di un piano più ampio del governo. Piano che mira a rafforzare la prevenzione e a promuovere la sicurezza sul lavoro. Attraverso una legislazione più stringente e controlli più rigorosi, ossia la stessa linea che si sta portando avanti da anni.

Siamo davvero messi così male in Europa?

“Se tu mangi due polli e io nessuno, statisticamente risulta che ne abbiamo mangiato uno ciascuno.” Questa frase, attribuita a Charles De Gaulle, mette in evidenza un fatto: quando si commentano dati statistici bisogna stare molto attenti.

Ed è quello che succede anche in merito agli infortuni sul lavoro.

Facciamo alcuni esempi.

“Morti sul lavoro. Nell’Unione Europea siamo tra quelli che fanno peggio”.

“Morti bianche in Europa, Italia seconda dopo la Francia”.

“Infortuni sul lavoro. Primato negativo per l’Italia”.

Sono tutti titoli di articoli sul tema della sicurezza sul lavoro. Articoli nei quali l’Italia viene fatta comparire come fanalino di coda dell’Europa. Come uno dei posti meno sicuri in cui lavorare.

È veramente così?

Come detto, la lettura dei dati degli infortuni sul lavoro potrebbe essere fuorviante. In particolare quando vengono comparate statistiche grezze o valori assoluti.

Avere un’idea distorta (per quanto generale) circa l’esito delle proprie azioni, potrebbe da un lato indurre – in chi si sforza di applicare le norme di prevenzione – un senso di frustrazione ed inadeguatezza che non aiuta certo a perseverare nell’impegno verso una sempre migliore sicurezza. Dall’altro lato, potrebbe orientare gli sforzi del sistema pubblico in una direzione di revisione del sistema di leggi e norme che non necessariamente potrebbe rivelarsi utile.

E allora confrontiamo un po’ di dati.

Tutti i numeri a cui faremo riferimento in questo articolo sono tratti dall’Eurostat (Ufficio centrale di statistica dell’Unione Europea), pubblicati anche sul sito dell’INAIL.

Veniamo ad una prima tabella.

In questa tabella è riportato, in valore assoluto, il numero totale degli infortuni mortali (esclusi quelli in itinere in quanto non rilevati da tutti i Paesi).

infortuni mortali

E l’Italia è prima: è stato il paese con il maggior numero di eventi letali. Seguita da Francia, Spagna e Germania.

Ma, di per sé, nel momento in cui viene rapportato con quello di altri paesi, questo dato grezzo è indicativo?

No, perché non tiene conto di una serie di fattori.

  • Il primo: il numero di occupati di un paese. È chiaro che in Francia – che conta 67 milioni di abitanti – ci saranno più occupati, e quindi più infortuni in valore assoluto rispetto (ad esempio) al Lussemburgo, che di abitanti ne ha solamente 600 mila.
  • Il secondo: I criteri di classificazione degli infortuni come tali. Non tutti i Paesi classificano gli infortuni stradali ed in itinere. Altri paesi conteggiano come infortuni solo quegli eventi che determinano un’assenza dal lavoro superiore ad un certo numero di giorni. Altri paesi non conteggiano gli eventi dei lavoratori della pubblica amministrazione o di altri settori. E via dicendo. I valori rilevati devono essere quindi normalizzati.
  • Il terzo: la struttura economica di un dato paese. Questo, probabilmente, è il fattore più complesso. Come si può ben immaginare, settori economici molto diversi tra loro in termini di rischio (si pensi al settore minerario rapportato con quello delle attività finanziarie) determinano incidenze infortunistiche assolute molto diverse. E paesi differenti hanno percentuali di lavoratori occupati nei vari settori profondamente differenti. E quindi infortuni in numero profondamente differente.

Come dire:

non si possono paragonare mele con pere.

Ecco perché la stessa Eurostat ha più volte espresso la raccomandazione di utilizzare, nelle analisi (e quindi nella comunicazione verso il pubblico che ne deriva), esclusivamente i “tassi standardizzati di incidenza infortunistica”. Di cosa si tratta?

Sono tassi ricalcolati allo scopo di correggere tutte le distorsioni. Distorsioni generate dai fattori sopra descritti e comparare, quindi, in modo equo i dati provenienti da paesi diversi.

Solo attraverso dei “tassi standardizzati” si potrà avere una lettura comparativa che abbia un senso.

tassi standardizzati

E allora? Come stiamo messi in Italia?

Abbiamo detto che, come dato grezzo, abbiamo il triste primato in Europa per numero di infortuni mortali.

Applicando i tassi standardizzati scendiamo al 14° posto.

E per gli infortuni non mortali?

Siamo quarti come valore assoluto. Ma tredicesimi applicando i tassi standardizzati.

Appare evidente quindi che una banale analisi del numero di infortuni (mortali e non) confrontata con gli anni precedenti, non restituisce una chiara ed attendibile indicazione. Né del ranking, né del trend. Anche volendo ignorare le statistiche basate sui più complessi tassi standardizzati a cui abbiamo già fatto riferimento, il numero degli eventi infortunistici andrebbe banalmente pesato sul numero di ore lavorate anno per anno o per persone impiegate.

Sia chiaro. E lo ripeto di nuovo. Questo non ci solleva di molto. Quella degli infortuni continua ad essere una strage inaccettabile.

Ma non solo per il numero. Analizzando la dinamica di accadimento degli eventi fatali, recenti e meno recenti, appare chiaro come – nella maggior parte dei casi – le cause siano imputabili alla mancata applicazione delle più banali norme di sicurezza già esistenti. Non solo di sicurezza: di buon senso.

Per cui sarebbe opportuno che sia gli operatori del settore che i mezzi di comunicazione, social media compresi, siano in grado di trasmettere una corretta lettura dei dati.

Quindi? Che fare?

Qui arriva il difficile.

Mi spiego meglio.

La concreta difficoltà non sta nello scrivere le norme, ma nel mettere in condizione un’intera struttura sociale e culturale di rispettarle.

Creare un sistema di leggi e norme a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro equivale a fornire un’indicazione stradale per raggiungere una destinazione. Con buona probabilità esiste più di una strada che conduce alla meta e non necessariamente un percorso sarà migliore dell’altro.

Raggiungere la destinazione – tuttavia – non dipenderà solo dall’indicazione in sé, che peraltro potrebbe non essere univoca. Sarà determinante invece che chi riceve tale indicazione abbia i mezzi per affrontare il percorso. E per mezzi si intende anche la cultura d’impresa, la capacità organizzativa e gestionale, ma anche risorse economiche e finanziarie adeguate. Proprio qui – a parere di chi scrive – sono da ricercare le cause vere, quelle più profonde, degli infortuni. Quelle che poi vanno a determinare i comportamenti.

Qualora il sistema politico e di conseguenza quello legislativo decidessero di stravolgere le norme esistenti come risposta “di pancia” ai recenti (e, intendiamoci, dolorosi) eventi fatali sul lavoro, starebbero solo tentando di fornire una indicazione stradale diversa dalla precedente. Migliore o peggiore non sta a me dirlo.

La parte più difficile

Ma di certo non sarà questa la parte più difficile da affrontare. La parte difficile continuerà ad essere quella in cui oggi siamo carenti: il fare. L’accompagnare le imprese, nel concreto, in un percorso arduo, in una sfida di medio/lungo periodo che richiede competenze di cui in particolare le realtà più piccole (che compongono oltre l’85% del totale) non dispongono. È sul fornire questi strumenti di natura organizzativa in una logica premiante, e non punitiva, che potrebbe valere la pena concentrarsi.

Come già affermato in premessa, attribuire la causa degli infortuni sul lavoro esclusivamente alla presunta inadeguatezza delle norme esistenti, perpetua un errore che ha contribuito allo stato insoddisfacente di applicazione delle leggi attuali. Un bias cognitivo che porta a credere che la responsabilità della sicurezza sul lavoro risieda sempre in una soluzione esogena: che “qualcun altro” debba fare “qualcos’altro”. Tale approccio deresponsabilizza tutti gli attori coinvolti – istituzioni, organi di vigilanza, datori di lavoro, preposti, dirigenti, ma anche lavoratori – inducendo a pensare che nulla possa essere fatto individualmente perché “è la norma” a essere sbagliata.

È essenziale, invece, riconoscere e assumere ognuno la propria responsabilità, promuovendo una cultura della sicurezza sul lavoro che parta dalle organizzazioni per arrivare a ciascun individuo e che coinvolga attivamente tutte le parti in causa: dalle Istituzioni, passando per i datori di lavoro e infine i lavoratori. 

Allontanandoci da tutte le strumentalizzazioni mediatiche, se smettiamo di iperlegiferare e iniziamo a fare, probabilmente i risultati andranno oltre le nostre aspettative.

Author

  • Ezio Granchelli

    Sono convinto che la qualità della vita delle persone dipenda molto dalla qualità della… · Esperienza: Stone S.p.A. · Località: Monteprandone, Marche, Italia · Più di 500 collegamenti su LinkedIn. Vedi il profilo di Ezio Granchelli su LinkedIn, una community professionale di 1 miliardo di utenti.

    View all posts

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

ELEVATE YOUR BUSINESS WITH

Valiance theme

Limitless customization options & Elementor compatibility let anyone create a beautiful website with Valiance.