LA SICUREZZA NON È UNA PRIORITÀ, E VA BENE COSÌ.
Il datore di lavoro: il nostro nemico comune.
DISCLAIMER! So che questo breve articolo potrebbe non piacere molto ai più.
Dovete sapere che un mio recente post il cui contenuto era più o meno “i lavoratori se ne vanno se non li trattate bene” (caspita, che profondità!) ha avuto delle performances incredibili, le migliori di sempre per me: oltre 25000 utenti raggiunti, 1000 interazioni, un centinaio di condivisioni…insomma, piccole cose, ma mai viste sul mio profilo.
E, sia chiaro, non ne vado assolutamente fiero.
L’articolo che state leggendo, invece, ne è l’antitesi. È una riflessione più profonda, onesta e sincera per quanto mi riguarda. Probabilmente sarà condivisa solo da un paio soggetti coraggiosi, incoscienti o inconsapevoli.
Anche perché, oltre a non essere esattamente un contenuto “acchiappa like”, questo articolo non è certamente allineato a ciò che diffusamente leggo su LinkedIn: post, articoli, battute su quanto gli RSPP e i consulenti per la sicurezza siano “incompresi” e “soli” in un combattimento quotidiano, una lotta di trincea, contro il resto del mondo, contro lavoratori e contro datori di lavoro. Testi che senza dubbio generano un certo cameratismo, un sentimento di appartenenza tra addetti ai lavori.
(Avere un nemico comune ha sempre funzionato, ndr).
Intendiamoci, tutto questo è vero: l’imprudente comportamento reiterato dei lavoratori, così come l’apparente diffidenza dei datori di lavoro sono spesso avvilenti.
A questo si aggiunga la difficoltà di essere – in un certo senso – “Ministri senza portafoglio”: pur avendo (nelle aziende più grandi) un nostro dicastero, ossia il Servizio di Prevenzione e Protezione, non abbiamo una struttura amministrativa nel vero senso del termine e, nella maggior parte dei casi, neanche un budget dedicato. Ed è frustrante.
Imprenditore e RSPP. Priorità diverse a confronto, sulla mia pelle.
Prima di proseguire, però, è necessaria un’ulteriore premessa.
Primo. La butterò giù un po’ dura, con fare volutamente provocatorio: di tanto in tanto è giusto non prendersi troppo sul serio e mettersi in discussione.
Secondo. Quello che sto per scrivere l’ho appreso a mie spese, negli anni, rivestendo la duplice veste di addetto ai lavori nell’ambito della sicurezza sul lavoro, da un lato, e imprenditore, dall’altro.
Se operatore del settore lo sono “nato”, per studi e per professione (e per scelta, cosa non da poco), imprenditore lo sono inconsapevolmente diventato man mano che la società che ho fondato è cresciuta; e poi se ne sono aggiunte altre, fino ad arrivare all’attuale conformazione: co-owner di una Holding che controlla 5 società nel settore della compliance (una che si occupa di sicurezza sul lavoro, una di GDPR e 231, una di antincendio, una di ambiente e certificazioni ISO, una di formazione e-learning) oltre ad altre società collaterali che non sto qui ad elencare. Di due di queste società ad oggi sono Amministratore Delegato.
Intorno a questi progetti ruotano circa 200 persone, tra dipendenti, collaboratori stabili e soci, nei confronti di molti dei quali sono Datore di Lavoro.
Primo: la necessità di comprendere
Non lo scrivo per autocelebrazione, ma solo per darvi testimonianza del primo punto chiave della mia argomentazione: i paradigmi che regolano l’orientamento, l’attenzione, le priorità, la focalizzazione di un imprenditore sono totalmente diversi da quelli di un professionista o di un RSPP. L’ho vissuto sulla mia pelle, a volte trovandomi a sorprendere me stesso con i miei stessi ragionamenti. Quasi stessi tradendo ciò che avevo professato fino ad allora, quando ero “solo” addetto ai lavori nell’ambito della prevenzione.
“Ma come! Ci stai dicendo che la sicurezza dei lavoratori non deve essere la priorità per un imprenditore?” (da leggere con grande sentimento di sdegno).
No, caro collega. Non sto dicendo che “non deve esserlo”. Sto solo dicendo che, onestamente e concretamente, soprattutto nella microimpresa, “non lo è”.
La priorità per un imprenditore è la crescita della propria impresa. E questo nei pochi casi in cui il business sia florido. Qui, tra l’altro, è anche facile anche “innestare” la sicurezza.
Negli altri casi, la maggioranza, la priorità di un imprenditore è la sopravvivenza della propria impresa.
Non si tratta di imprenditori ai quali non importa nulla della salute e della sicurezza altrui. Ma di persone che quando la mattina si svegliano, sempre che abbiano dormito la notte, hanno la mente affollata di cose da fare, di produzione da gestire, di clienti da trovare, di crediti da recuperare, di debiti e fornitori da pagare, con quali soldi poi…tutto da vedere. E voi capite che in questo contesto – tipico (lo ripeto) della microimprenditoria italiana – trovare spazio per la sicurezza sul lavoro è una sfida.
Sì – ho capito – “è questione di cultura”, “è questione di etica”, “la sicurezza è un investimento e non un costo”, “il dipendente che si sente al sicuro produce di più”, ecc. ecc.
Tutte belle cose, tutte vere. E sono d’accordo con voi. Ma il microimprenditore di cui sopra queste cose fa oggettivamente fatica ad interiorizzarle.
Chi si occupa di sicurezza come consulente o come RSPP di un imprenditore di questo tipo, pur senza condividere, dovrebbe quantomeno COMPRENDERE. Questo è il primo punto della mia argomentazione.
(E aggiungo che dovrebbe pure astenersi dal giudizio).
Secondo: le nostre convinzioni scarsamente performanti.
Ed ora veniamo al secondo punto della mia argomentazione.
Tenuto conto di quanto sopra, se vogliamo che il nostro lavoro come consulenti sia EFFICACE, dobbiamo prestare attenzione a quello che scriviamo, a quello che diciamo e scrollarci di dosso l’atteggiamento di arrogante superiorità che talvolta traspare dai nostri discorsi.
Infatti, in molti dei contenuti prodotti dai miei colleghi (me compreso, fino a qualche anno fa) leggo un tono avversativo, spesso velatamente sprezzante, nei confronti dei datori di lavoro (così come dei lavoratori). È voluto? Non lo so. Ma traspare.
Questo viene percepito, crea distanza, rende BASSA LA NOSTRA EFFICACIA RELAZIONALE e, di conseguenza, i nostri risultati SCARSI.
E qui c’è da chiedersi quale debba essere il risultato di un consulente per la sicurezza o RSPP.
Essere in condizione di poter dimostrare di “averlo detto” (o meglio, scritto)?
O creare le migliori condizioni affinché l’imprenditore “faccia”?
Se il primo è il risultato giuridicamente valido, il secondo dovrebbe essere il nostro vero obiettivo verso il quale, eticamente, dovremmo tendere.
Questo ci pone nella condizione di mettere in discussione tutti i nostri comportamenti, i nostri atteggiamenti e le nostre CONVINZIONI SCARSAMENTE PERFORMANTI.
Se c’è una cosa che ho imparato da imprenditore, è che uno degli elementi più insidiosi della gestione delle persone risiede nel fatto che i collaboratori tendono a riflettere l’atteggiamento che noi abbiamo nei loro confronti, anche se non lo esprimiamo apertamente. Se un manager è convinto (anche solo inconsciamente) che un dipendente sia poco capace o non all’altezza, finirà per trattarlo con un certo grado di sfiducia. Anche se non gli dirà mai apertamente “Non credo in te”, questa percezione si trasmetterà attraverso il linguaggio del corpo, il tono di voce, il livello di attenzione che gli viene dedicato. E il dipendente, percependolo, finirà per interiorizzare quella convinzione e comportarsi di conseguenza.
Ad ulteriore dimostrazione di quanto sto affermando, vi invito a riflettere sul così detto “Effetto Pigmalione”, studiato da Robert Rosenthal. L’Effetto Pigmalione dimostra che le aspettative che abbiamo sugli altri influenzano direttamente le loro prestazioni.
L’esperimento originale fu condotto nelle scuole: alcuni insegnanti furono indotti a credere che determinati studenti fossero eccezionalmente intelligenti (sebbene fossero stati scelti a caso). Alla fine dell’anno scolastico, quei ragazzi ottennero risultati molto superiori rispetto ai loro compagni. Il cambiamento non era negli studenti, ma negli insegnanti, che inconsciamente avevano iniziato a trattarli come più capaci, favorendone il successo.
Nel contesto aziendale, questo fenomeno si applica alla leadership. Se un manager crede che un collaboratore sia incompetente, tenderà a trattarlo con sfiducia, a non investire nella sua crescita e, di conseguenza, a renderlo davvero meno produttivo. Al contrario, se un manager ha aspettative elevate, tenderà a stimolare il suo team, a investire nella loro formazione e a trasmettere fiducia, ottenendo risultati migliori.
Per traslato, se crediamo che i datori di lavoro non abbiano a cuore la prevenzione ed i propri lavoratori, che siano ottusamente ancorati sulle proprie posizioni senza tener conto della sicurezza, che – in definitiva – il loro consapevole progetto sia quello di lucrare sulla pelle dei propri dipendenti, svilupperemo sentimenti negativi e di avversione nei loro confronti.
Come già detto, questi sentimenti si rifletteranno sul modo in cui ci relazioniamo con loro e la nostra efficacia ne sarà deteriorata. Queste convinzioni, che siano vere o meno, sono assolutamente scarsamente performanti.
Trovo che molti dei post pubblicati sul LinkedIn siano la manifestazione di questo fenomeno, e potrebbero creare una grande distanza tra noi e i datori di lavoro che dovremmo aiutare.
Dovrebbe invece far parte del nostro senso di responsabilità e della nostra etica professionale tenerne conto.
Attenzione alle tue emozioni
Se non siamo in grado di approcciarci ai nostri interlocutori con un’EMOZIONE POSITIVA, dovremmo cambiare lavoro. Il miglior risultato che potremo ottenere, in tal caso, è un bel “te l’avevo detto (o scritto)” di fronte ad un Giudice. Di certo si tratta di una vittoria in tribunale e della nostra assoluzione.
Ma pure della più grande sconfitta nella nostra professione, dovuta anche al fatto che, in fondo, in quell’imprenditore e nell’eventualità che potesse veramente fare qualcosa di positivo per la sicurezza nella propria azienda, noi non ci abbiamo mai creduto.
Figuriamoci lui.
Per cui, la prossima volta che scriviamo qualcosa sui social stiamo attenti.
Qualcuno potrebbe leggerlo.

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